La signora Zakharova, portavoce del Cremlino, ha parlato ancora e, stavolta, per minacciare “conseguenze”. A causarle, sarebbe la sua interpretazione del riferimento del presidente Mattarella, in un discorso a Marsiglia, al “clima di conflitto” in Europa che, negli anni ’40, fece prevalere sulla cooperazione tra Stati, “il criterio della dominazione” e delle “guerre di conquista” che ne derivano. Quindi, alla natura delle aggressioni territoriali che mai muta: si tratti del Terzo Reich, ieri, o dell’aggressione russa all’Ucraina,oggi.
I capi della signora Zakharova possono pure parlare di “operazioni speciali”, ma la sostanza non cambia e soprattutto non sarebbero diverse le possibili “conseguenze”. La seconda guerra mondiale scatenata con l’attacco alla Polonia, gli universalmente oggi paventati rischi della trasformazione della guerra a pezzi che infesta gli emisferi in un terzo conflitto senza ritorno.
La constatazione storica sulla natura delle aggressioni non è, come la signora Zakharova la interpreta bocciando Mattarella proprio in storia, un’”invenzione”, perchè i fatti sono lì a dimostrarlo. Tantomeno “blasfema”, cioè oltraggiosa, pensandolo immemore della sacralità del sacrificio dell’Armata Rossa e dei milioni di morti che portarono alla sconfitta del Terzo Reich, mentre – ha detto ancora – l’Italia, al tempo, manifestava “in prima persona cosa fosse veramente il fascismo”.
Si stanno ora paventando concrete ritorsioni, ma la prudenza dimostrata col silenzio dal Quirinale, ammonisce – come detto a Marsiglia – che “dagli errori compiuti dagli uomini nella storia” non si deve mai finire di apprendere.
Nonostante gli atteggiamenti offensivi arrivino fin sul piano personale. Come accadde ad un predecessore di Mattarella, Giovanni Gronchi, che nel 1960 decise di accogliere l’invito del presidente dell’URSS per una visita ufficiale a Mosca. Non erano tempi facili tra Occidente ed Oriente e non mancarono interventi fortemente dissuasivi sia da Oltreoceano, sia dall’altra riva del Tevere (un esplicito duro corsivo del card. Ottaviani sull’Osservatore Romano), tanto che la partenza fissata per l’8 gennaio, come da programmi già stampati, venne rinviata, causa un’influenza del presidente alla quale in pochi credettero.
Gronchi, uomo formato nel Partito Popolare di Sturzo, particolarmente impegnato sulle tematiche sociali, avvertiva però che qualcosa stava cambiando e tenne duro, anche se a molta prudenza dovette far ricorso durante il soggiorno moscovita tra “il gelo meteorologico (25 gradi sottozero) e il calore contadinesco di Nikita Kruchev”, del quale sperimentò soprattutto alcuni aspetti dell’aggettivo.
Infatti, nel pranzo in ambasciata, al momento del brindisi, Kruchev tolto il microfono dalle mani del presidente sovietico Vorosilov, forte del suo ruolo politico sovraordinato di segretario del PCUS, si profuse in un concitato intervento con sbavature diplomatiche se non veri e propri affronti, compresa la definizione di intruglio per una portata condita con tartufo italiano che non aveva gradito.
Così, come se anticipasse il copione recitato dalla signora Zacharova, precisò subito “I nostri soldati sono stati in terra d’Italia come alleati per la liberazione dai tedeschi, voi invece avete tentato di venire qui come nostri nemici”. Poi, esaltati i successi economici e politici dell’URSS: “nel 1965 diventeremo la prima potenza mondiale”, invitò Gronchi a “passare al partito comunista” perchè: “Nella Bibbia è detto: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Io sono comunista, voi siete il mio prossimo, io auguro anche a voi di diventare comunista”.
In precedenza – raccontò poi il ministro degli Esteri Pella che rappresentava il governo nella visita – mentre Gronchi faceva il suo intervento ufficiale, Kruchev aveva commentato ad alta voce “Ma che vuole questo asino?”.
Gli interpreti, forse anche loro per prudenza, non tradussero, Gronchi, come Mattarella, seguì la strada del silenzio, ma al termine del ricevimento non accompagnò gli ospiti fino alla porta dell’Ambasciata. E la parola venne dal Cerimoniale violato.
Foto di Andrea Lombani