Ci sono quelli che, forse per far mostra di maggiore sensibilità democratica e liberale, si rivolgono a “cittadine e cittadini”, galanteria verso il gentil sesso compresa e chi – non si capisce bene se per captatio benevolentiae o per spregio – va in scia con Tina Pica e dice “ ‘a ggente”. La Costituzione italiana, fin dal primo articolo, parla di “popolo”, a cui appartiene la sovranità nello Stato repubblicano.
Giuseppe Bodi, su Giano, riferendosi agli attuali “profondi mutamenti nei rapporti e nei sistemi politici in molti paesi” ha richiamato il termine “oclocrazia”, usato più di duemilacento anni fa da Polibio, scrittore greco trapiantato a Roma. Prima ostaggio bellico, poi vivendo da intellettuale raffinato e conteso nell’Urbe ricca e appena vittoriosa su Cartagine. Era l’esperto di storia nel Circolo degli Scipioni, un ritrovo colto e raffinato di filosofi, poeti, condottieri e politici.
Antonio Spinosa, storico d’oggi, lo definisce “uomo nobile, pensoso e liberale”. Naturale che nelle sue Storie facesse riferimento in senso negativo alle moltitudini, alle folle, quando, nella loro immaturità di gruppo, esse diventavano massa sollecitata negli istinti “o fomentata da demagoghi che stimolano reazioni emotive”, secondo la descrizione di Bodi. Istinto ed emotività che ne fecero, ne hanno pure di recente fatto con le piazze Venezia e le parate hitleriane e poterebbero ancora farne strumento di democrazia deviata e, poi, di autocrazie e dittature, financo invocate.
Tanto più in tempi in cui le manifestazioni della massa non sono limitate nei luoghi di espressione all’antico Foro o ai dintorni degli Archi di Trionfo e pervadono, nella sollecitazione come nella forza, ogni momento ed ambiente con gli strumenti che la scienza mette a disposizione. Più pervasivi – ed anche più mendaci – di un qualsiasi antico apologo.
Ma ‘a ggente, le cittadine e i cittadini, il popolo non sono solo massa, moltitudini, l’oclocrazia di Polibio. Hanno potuto, infatti, essere anche “plebe”, un nome tanto modesto quanto nobile, che, seppur per brevi tempi nella storia, li ha costituiti centrali nella costruzione di sistemi che oggi definiamo democratici e liberali.
Come accadde a Roma tre secoli prima che Polibio vi si trasferisse. Il movente, come sempre nella storia, quello economico: il senato e i patrizi che non rispettavano gli impegni assunti e i meno abbienti che si indebitavano con i ricchi, i quali potevano poi picchiarli, vendere, uccidere e soprattutto farli schiavi.
La plebe, a un certo punto, non si fece più illudere e, dopo tumulti nel foro, abbandonò la città. Si ritirò su una collina per viverci autonomamente, senza tramare o allearsi con i nemici dell’Urbe. Lo ricordò ai patres, ai senatori, Menenio Agrippa, un ex console considerato saggio anche dai patrizi, nonostante provenisse dalla plebe. Più difficile per lui fu convincere a tornare i renitenti i quali, però, fecero valere la ragione e non l’istinto quando l’apologo di Menenio paragonò lo Stato, di cui anch’essi si sapevano cives, al corpo umano che vive bene se ogni parte svolge la sua funzione.
La plebe ottenne il riconoscimento dei suoi diritti ed il luogo in cui si era ritirata si chiamò Monte Sacro perché lì rinacque la Repubblica, in cui due Tribuni plebis avrebbero non solo affiancato i consoli nel governo ma potuto anche esercitare il diritto di veto sulle decisioni del Senato.
Più di duemila anni fa. E’ vero, non c’erano, allora, i leaders con il potere di fare e disfare che hanno oggi, ma anche la cultura civile del popolo, delle cittadine e dei cittadini, ‘a ggente, era forse diversa.