Una legge sulla “notiziabilità” degli eventi, secondo un vecchio manuale del giornalismo statunitense, stabiliva che: più il luogo dell’accadimento è vicino fisicamente a un pubblico e più è notiziabile, ossia è alto l’interesse per esso e, quindi, è una notizia. In effetti il manuale proseguiva elencando tutte o quasi le forze che attraggono il lettore tra cui sicuramente interessi e opinioni cristallizzate dei soggetti o dei gruppi di appartenenza, ma anche “singolarità” dell’evento (l’uomo che morde il cane), “conflittualità e drammaticità” provocate (le tre S di sangue, soldi e sesso), “popolarità” dei soggetti coinvolti.
Cosa vogliamo dire con questo? Che un fatto, divenuto notizia, produce effetti diversi in pubblici diversi per le sue insite componenti e non solo per la sua rappresentazione avvalorando l’assioma che ogni notizia (opinione) ha un proprio pubblico già determinato e determinabile.
Quindi? La Pace tra Trump e Putin, percepibile dalle poche notizie filtrate sulla loro lunga telefonata, non è per loro attori-promotori (“actor”, colui che agisce) la stessa che per tutti gli altri soggetti recettori-spettatori. Ruolo, interessi, conoscenza, visione, attese e potere di agire, nonché la vicinanza fisica all’evento, li rendono diversi verso la medesima informazione.
Pertanto potremmo dire che ogni pubblico ha la sua Pace; che non è certo la stessa nella realtà fattuale e non solo in quella rappresentazionale. Infatti usando questi parametri se ne possono individuare almeno 6.
La prima, quella di Trump e di Putin che comunque non è la stessa nemmeno per loro due, ma che seppur diversa è direttamente utile a entrambi per i rispettivi motivi e scopi personali.
La seconda è quella degli apparati politico istituzionali che hanno lavorato alla organizzazione degli incontri e alla stesura del piano di pace.
La terza è quella dei soldati al fronte, molto più terrena e pragmatica che non può rinunciare alla “vittoria”, o quantomeno a una soluzione che coroni o giustifichi il sacrificio compiuto.
La quarta è quella dei loro parenti, divisa tra quelli dei morti o degli invalidi e tra quelli che temono la scomparsa o l’invalidità dei loro cari.
La quinta è quella di coloro che hanno subito danni dalla guerra e che hanno visto distrutte le loro case e i loro beni, oltre che le loro speranze; magari sono emigrati o, troppo anziani, hanno visto farlo ai loro cari. Senza dimenticare i bambini e i giovani deportati.
La sesta è quella del pubblico, di cui fanno parte anche i giornalisti dei media vecchi e nuovi come pure i geopolitici di ogni ordine e grado. Un universo che produce e divora informazione già precedentemente diviso in favorevoli e contrari all’invasione dell’Ucraina.
Questo è il gruppo più vasto e variegato che potrebbe essere scomposto in svariate sotto categorie, tutte però caratterizzate dagli stessi opposti poli: quello dei contrari a prescindere a ogni guerra, i “Pacifisti senza se e senza ma”, e quello di coloro che si oppongono a ogni violenza ingiustificata, specie se da parte dei più forti a danno dei più deboli, e per questo credono che contro l’invasore si debba sempre reagire sino alla morte. In mezzo l’oceano dei distinguo, dei “sì, ma …” o dei “però, se …”; acque ondivaghe dove si nascondono gli squali che si sono venduti per rafforzare la propria carriera politica o accademica.
Questa sui fatti esposti è la “scala delle opinioni”, così detta sino agli anni 70, oggi divenuta “finestre”, in cui si possono allocare (e si allocano in ogni articolo o progetto di comunicazione o di propaganda) le nostre opinioni al fine di analizzarle e spostarle a favore dell’una o dell’altra tesi con azioni adeguate e graduali.
C’è poco da dire, mai come con Trump il potere ha rinunciato alle sue maschere. Niente più coperture democratiche o demagogiche, formali o diplomatiche per la sua negoziazione, definita dal suo inviato speciale generale Kellog, “transazionale” (quella dei famosi Genitore, Adulto e Bambino). Da ora esistono e si debbono vedere solo la forza del potere e il ritorno economico del business. Poco importa se per realizzarli si rinunci a tutti gli orpelli sinora rispettati, inclusi i trattati, come invece curiosamente sembra continuare a fare Putin mentre gioca allo stesso tavolo.
Da un lato l’egemonia “super-economica”, la visione commerciale e l’immediato; dall’altro la visione politica che proviene e guarda ai secoli passati e futuri sia essa dettata da follia pura o strategia imperiale.
Curiosamente, in tutto questo apparire ed essere, la scelta, anche se transitoria, del duopolio di non volere al tavolo l’Ucraina invasa dalla Russia, diviene la conferma fattuale della “guerra conto terzi” condotta contro la Russia dagli USA che ora, sembrerebbe, non abbiano più bisogno dei vecchi orpelli, inclusi i veli dell’UE e del Paese invaso da salvare.
La Pace di Trump e di Putin, sicuramente sarà imposta a tutte e cinque le altre categorie, ma come conciliare gli interessi della parte che negozia non in nome della Patria, con quelli di coloro che sono morti o stanno per morire sul campo di battaglia per essa? Intendiamo, sia quelli che difendono i confini violati dai russi sia quelli inviati a sconfiggere i “nazi-ucraini” oppressori dei “fratelli russofoni” d’oltre confine.
Come conciliare il lutto dei genitori, delle mogli e dei mariti, dei figli, dei nipoti, dei parenti e degli amici di coloro che sono morti o sono rimasti feriti dall’una e l’altra parte?
Solo a chi è fisicamente distante tutto questo può sembrare risolvibile con una Pace lampo. La guerra miete vittime e semina odio anche per il futuro. Le soluzioni incontrate sinora dall’uomo nella sua lunga storia sarebbero, a poli opposti, l’Olocausto, lo sterminio totale, come insegna la Bibbia, e la “Pax romana” che inglobava i vinti dandogli uno status gratificante e compensatorio. Ma dov’è oggi l’Impero romano?
C’è invece, nonostante le varie Paci e Tregue annunciate, ancora e vivissima e negli stessi luoghi l’identica tragica guerra biblica tra Ebrei e Palestinesi, i famosi filistei (Philistaei).
Esiste una Pace giusta, dopo una guerra? E di che Pace si tratta? È la Pace degli “imperatori” o quella dei loro apparati? È la Pace di chi ha combattuto, delle loro famiglie e di tutti quelli che sono morti o vulnerati nei loro affetti e beni? Oppure è quella del pubblico con i popcorn in mano?
La distanza tra chi sta sul campo e muore e chi sta seduto a negoziare o discetta sul computer è incolmabile. Il sangue chiama sangue e lo chiamerà sia per reprimere dopo la vittoria che per risorgere dopo la sconfitta. Ma questa è un’altra storia.