Tutti ricordiamo la conferenza di Jalta, città della Crimea, che dal 4 all’11 febbraio 1945 vide riunirsi i leader dei tre maggiori Paesi alleati in vista del termine della Seconda Guerra Mondiale: Franklin Delano Roosvelt (USA), Wiston Churchill (Gran Bretagna) e Iosif Stalin (URSS). Decisero le sorti dell’Europa post conflitto: i confini della Polonia, la costituzione dell’ONU, le aree di rispettiva influenza ed altro. Nome in codice era Argonaut (Argonauta).
Dal 17 luglio al 2 agosto 1945 si svolse un’altra conferenza a Potsdam, cittadina ad ovest di Berlino, nome in codice Terminal. Parteciparono Harry Truman (USA), Iosif Stalin (URSS) e Wiston Churchill (Gran Bretagna), il quale, sconfitto alle elezioni politiche britanniche, venne sostituito da Clement Attlee dal 28 luglio. Furono definitivamente delineati i confini polacchi, stabilite quattro aree di influenza in Germania ed Austria, determinato di spostare la popolazione tedesca da Cecoslovacchia ed Ungheria verso la Germania ed altro. La quarta area di influenza fu attribuita alla Francia.
Nell’attuale momento politico internazionale non è escluso che si stia delineando una novella Jalta, non ancora formalmente convocata. Il nome Jalta, da allora, è sinonimo delle decisioni delle superpotenze a spese del resto del globo diviso per aree di influenza, senza che i destinatari delle scelte possano partecipare alle determinazioni. Probabilmente una serie di spartizioni si stanno già stabilendo a discapito di tutti. Azzardiamo delle ipotesi.
Una prima area di interesse globale è la Groenlandia che suscita gli appetiti dei Paesi che influiscono sul Polo Nord: Russia e Stati Uniti. Il Canada, al momento sembra più una potenziale vittima statunitense che un attore con interessi specifici. Difatti, Donald Trump ha ripetutamente affermato che vuole acquisire la Groenlandia, territorio della Danimarca, Paese europeo ed alleato NATO. Più volte ha ventilato l’uso della forza. Potrebbe essere una possibilità non peregrina. Sul Canada, dazi a parte, i toni si sono smorzati ma potrebbe solo aver rimandato per non agire su un doppio fronte. Il Canada è un Paese NATO e ben più solido della fragile Groenlandia che agogna l’indipendenza dalla Danimarca. Se divenisse indipendente sarebbe una facile preda dei progetti di Trump. I cittadini groenlandesi dovrebbero meditare sugli elevati rischi. Ricordiamo l’operazione “Urgent Fury” del 1983 quando gli Stati Uniti invasero Grenada in odore di rivolgimenti politici che la avrebbero potuta trasformare in una base sovietico-cubana.
Un accordo tra USA e Russia, ovvero tra due leader di maggiore spessore internazionale, includerebbe altre aree a livello globale. In primis l’Ucraina, vaso di coccio tra vasi di ferro, per dirla con Don Abbondio. Della pace giusta non interessa molto né a Putin, né a Trump. Il primo è un autocrate al potere da cinque lustri che ha imposto un sistema non democratico, il secondo è un aspirante autocrate al cui fianco ha Vance e Musk, ambedue su posizioni più oltranziste e scarsamente democratiche. Gli interessi sono territoriali per l’uno, economici per l’altro.
Il Medio Oriente, leggasi Gaza, è più un parco giochi statunitense mentre gli equilibri mediorientali generali vedono intrecciarsi quelli di ambedue le potenze.
E l’Europa? Donald Trump ha ripetutamente attaccato l’Unione Europea definendola con vari epiteti, tutti finalizzati ad additarla come grande sfruttatrice degli Stati Uniti. Cosa accadrà nell’immediato se l’ombrello NATO dovesse ridursi a zero? La Russia avrebbe campo libero per estendere i propri confini riappropriandosi di quanto aveva, come area di influenza, sino alla caduta del muro di Berlino? Non dimentichiamo il legame russo con la Serbia e quanto essa abbia contribuito all’instabilità balcanica. Anche qui l’ipotesi potrebbe essere non peregrina.
L’Africa è ben controllata, in non poche aree, da Cina e Russia. La prima più per gli aspetti commerciali, la seconda prevalentemente in quelli militati che non sono disgiunti da quelli economici. Già la Cina, sta a guardare? Tutt’altro si muove silente, con lentezza e determinazione, come secoli di storia raccontano, penetrando sempre più le aree dove ha interessi commerciali fornendo manodopera e tecnologia in cambio di preziose materie prime per il suo sviluppo. La terza sedia sarebbe sinica, posizionandosi al momento ritenuto più opportuno. Sicuramente i tre non si amano, come Stalin non amava statunitensi e britannici. Ora la partita a tre è ben più complessa.
Intanto Trump sta scatenando una guerra a tutto campo con dazi che, probabilmente gli si ritorceranno contro a medio periodo. La storia ci insegna che alle guerre commerciali spesso hanno fatto seguito quelle con le armi. Un quadro non certo rassicurante per la sicurezza e le democrazie.
Questa non è una teoria complottista, solo un Gedankenexperiment, un esperimento di pensiero...
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